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Palazzo Ducale

palazzo Ducale Mantova

PALAZZO DUCALE

Il Palazzo Ducale di Mantova, noto anche come reggia dei Gonzaga, è uno dei principali edifici storici cittadini.

Dal 1308 è stata la residenza ufficiale dei signori di Mantova, i Bonacolsi, e quindi la residenza principale dei Gonzaga, signori, marchesi ed infine duchi della città virgiliana.

Assunse la denominazione di Palazzo Reale durante la dominazione austriaca a partire dall'epoca di Maria Teresa d'Austria regnante.

Si tratta di una vera e propria città-palazzo con i suoi circa 34 000 metri quadrati di estensione composta dal nucleo più antico della Magna Domus e Palazzo del Capitano, dal Castello di S. Giorgio (Domus Nova), dalla Palazzina della Rustica e dalla galleria della Mostra.

I numerosi ambienti suddivisi nei vari edifici furono costruiti in epoche diverse a partire dal XIII secolo, inizialmente per opera della famiglia Bonacolsi successivamente dai Gonzaga.

Solo nella seconda metà del Cinquecento, in seguito a una vasta campagna edilizia condotta dal duca Guglielmo, i diversi corpi di fabbrica fin qui costruiti in maniera non coordinata vengono finalmente uniti e il complesso di edifici diventa realmente una città-palazzo, le cui parti sono collegate e giuntate da gallerie, portici, piazze monumentali.

Nei quattro secoli di dominazione gonzaghesca la reggia si espanse gradualmente, sia con aggiunta di nuove costruzioni, sia modificando quelle esistenti. Si formarono diversi nuclei che presero il nome di:

  • Corte Vecchia, comprendente gli edifici più antichi verso piazza Sordello;
  • Domus Nova, edificata da Luca Fancelli;
  • Corte Nuova, di fronte al lago, costruita da Giulio Romano e successivamente ampliata dal Bertani e dal Viani;
  • Basilica palatina di Santa Barbara, costruita dal Bertani.

Del complesso facevano parte anche alcuni edifici e cortili demoliti, tra i quali la Palazzina della Paleologa e il Teatro di corte.

Il “palazzo del Capitano” che si affaccia su piazza Sordello, è l'edificio più antico del palazzo Ducale voluto da Guido Bonacolsi sul finire del Duecento. Inizialmente costruito su due piani e separato dalla Magna Domus da un vicolo, nei primi anni del Trecento fu rialzato di un piano ed unito alla stessa Magna Domus dalla monumentale facciata con portico, sostanzialmente rimasta tale fino ad oggi. Il secondo piano aggiunto è costituito da un unico enorme salone (m 67x15) detto “Dell'Armeria”, appellato anche come “Salone della Dieta”, in quanto ospitò la Dieta di Mantova del 1459. Tale insigne ambiente è ora abbandonato e bisognoso di restauro.

La Magna Domus (appartenuta anch'essa a Guido Bonacolsi) e il “palazzo del Capitano” costituiranno il nucleo originario che dette forma alla Corte Vecchia. A metà del XIV secolo in alcune delle sale, Pisanello mise mano a un maestoso ciclo di affreschi di soggetto cavalleresco arturiano, una parete è rimasta a disegno di preparazione (sinopia) e una parete ad affresco.

Qui siamo di fronte ad una pittura non finita. Alcuni punti son finiti e altri no. Il fondo nero serviva per poi fare erbe fiori ecc. per la decorazione floreale come sfondo.

La sinopia presenta due colorazioni diverse: bianco e rosso. Da una parte usa il colore canonico (la terra di Sìnope, che viene dall’Asia Minore ed è di colore rosso) e dall’altra il carboncino nero.

La narrazione (del ciclo cavalleresco del Lancelot) ha inizio con il grandioso torneo per proseguire con una scena di banchetto oggi quasi completamente distrutta, di cui resta la grande tenda sopra la mensa al centro di una delle pareti lunghe della sala; viene rappresentato quindi l'episodio dei voti guerreschi dei dodici cavalieri convitati ed infine, sulla seconda parete lunga, anch'essa ormai scomparsa, l'eroe viene sedotto dalla figlia del re.

Che Pisanello intendesse proporre un'idea sontuosamente illusionistica dello spazio della stanza è evidente se solo si considera come alla parete di fondo della sala, che si imponeva per prima alla vista dello spettatore che entrava dall'angolo opposto, attraverso lo scalone d'onore, l'artista riservasse il maggior rilievo narrativo, destinandola alla rappresentazione della convulsa mischia del torneo e smussando gli angoli per mezzo della pittura stessa. Nel 1968 si deve al sovrintendente Giovanni Paccagnini la clamorosa scoperta e il conseguente restauro della grande opera di Pisanello.

Corte Vecchia riacquistò un suo nuovo prestigio quando nel 1519 Isabella d'Este lasciò la dimora nel Castello e si trasferì al piano terreno di questo antico settore della reggia gonzaghesca, nell'appartamento detto “vedovile”. L'appartamento di Isabella era costituito da due ali ora divise dall'ingresso al Cortile d'Onore. Nell'ala della Grotta, più privata, si trasferirono gli arredi lignei e le collezioni d'arte dei due celebri studioli, la grotta e lo studiolo. Quest'ultimo conteneva dipinti, conservati al Museo del Louvre, provenienti dallo Studiolo di Castello commissionati tra il 1496 e il 1506 al Mantegna (Parnaso e Trionfo della Virtù), a Lorenzo Costa (Isabella d'Este nel regno di Armonia e Regno di Como) e al Perugino (Lotta tra Amore e Castità) ai quali si aggiunsero opere del Correggio (Allegoria del vizio e Allegoria della virtù). Altro celebre ambiente di questa ala è la "Camera Granda" o "Scalcheria" affrescata nel 1522 dal mantovano Lorenzo Leonbruno. L'appartamento comprendeva altre sale nell'ala detta di "Santa Croce" dal nome di un'antica chiesa di epoca matildica sui resti della quale furono ricavati ambienti di rappresentanza come la Sala delle Imprese Isabelliane, la Sala Imperiale o Sala del Camino, la Sala delle Calendule, la Sala delle Targhe e la Sala delle Imprese.

Santa Croce vecchia era una piccola chiesa, come usava nel periodo storico a cavallo dell'anno mille. La sua esistenza è testimoniata da un documento del 10 maggio 1083 sottoscritto da Matilde di Canossa. Attigua ai primi edifici del futuro Palazzo Ducale, probabilmente fu la chiesa palatina dei Bonacolsi e dei Gonzaga, ma la ben nota passione edificatoria di quest'ultima famiglia, portò alla demolizione dell'antico edificio.

Successivamente Guglielmo Gonzaga (1550-1587), trasformerà gli ambienti di Corte Vecchia creando il Refettorio affacciato sul Giardino Pensile e la Galleria degli Specchi destinata alla musica.

In epoca asburgica il Refettorio fu oggetto di una ristrutturazione che portò alla creazione della Sala dei Fiumi dove, dipinti sulle pareti con sembianze di giganti da Giorgio Anselmi, sono rappresentati i fiumi del territorio mantovano. Contemporaneamente fu realizzato l'Appartamento degli Arazzi composto da quattro sale. Sulle pareti di tre di queste sono stesi nove arazzi tessuti a mano nelle Fiandre su cartoni con disegno preparatorio di Raffaello, gli stessi utilizzati per i noti arazzi raffaelleschi conservati in Vaticano. Furono acquistati a Bruxelles dal cardinale Ercole Gonzaga nella prima metà del Cinquecento per arredare l'ambiente allora chiamato "Appartamento Verde". Gli arazzi fiamminghi dopo aver addobbato anche la Basilica palatina di Santa Barbara e finiti dimenticati nei magazzini del Palazzo Ducale, furono restaurati del 1799 e collocati nell'appartamento per loro adattato.

LA SALA DELLO ZODIACO

La Sala dello Zodiaco che comunque conservò il soffitto affrescato da Lorenzo Costa il Giovane nel 1579. La sala fu anche detta di Napoleone I, in quanto fu la stanza da letto del Bonaparte. Il cratere (coppa) dei sacrifici e delle libagioni allude all'immortalità del casato Gonzaga. Il Corvo, uccello sacro ad Apollo, venne trasformato in costellazione dal dio. Il segno della Vergine, con la spiga in mano, assume le sembianze di Astrea e di Cerere ed è l'emblema di Vincenzo Gonzaga. Il firmamento ruota attorno al cocchio di Diana, trainato da una muta di cani. La dea, in stato di gravidanza, è la trasfigurazione di Eleonora d'Austria, moglie del duca di Mantova. Secondo la tradizione antica, lo Scorpione tiene tra le chele il segno della Bilancia.

APPARTAMENTO DELLA GUASTALLA

Collocato al piano superiore del Palazzo del Capitano, è così chiamato perché in esso trovò dimora Anna Isabella Gonzaga da Guastalla, moglie dell'ultimo duca Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers. È composto da sei sale (tra cui la Sala degli Imperatori) con soffitti in legno che furono in parte modificate alla fine del XVI secolo. Alle pareti tracce di affreschi del Trecento. L'appartamento è fiancheggiato dal lungo Corridoio di Passerino nel quale si dice fosse conservata la mummia di Passerino Bonalcosi, cacciato dai Gonzaga nel 1328.

APPARTAMENTO DELL’IMPERATRICE

Composto da nove stanze con mobili in stile impero è collocato al primo piano della "Magna Domus". Fu allestito nel 1778 per Maria Beatrice d'Este, moglie di Ferdinando d'Asburgo-Este quinto figlio di Maria Teresa d'Austria e pertanto derivando la sua denominazione dal legame con la famiglia imperiale degli Asburgo. In queste stanze soggiornò altresì il principe Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno d'Italia napoleonico, che nel 1810 vi fece portare da Milano il prezioso letto a baldacchino ancora conservato nella camera da letto per il resto arredata con la mobilia d'epoca asburgica.

APPARTAMENTO DI VINCENZO I

La sala degli Alcieri era l’anticamera di attesa dell’appartamento di Vincenzo I. Tra il 1601 e il 1605 vi lavorò l’architetto Antonio Maria Viani che progettò un soffitto a cielo sostenuto da mensoloni e un gioco di cavalli raffigurati in varie pose, totalmente nascosti o semi coperti da tendaggi di colore giallognolo. Alle pareti, dipinti dell’età di Vincenzo I, ma di provenienza esterna dal palazzo. Il più importante porta la firma di Peter Paul Rubens, “La famiglia Gonzaga in adorazione della trinità” realizzato per la chiesa cittadina dei gesuiti. Oggi l’opera è mutila in quanto il trittico fu trafugato dai francesi di Napoleone I, tagliato in varie parti e poi vendute o perdute. Le parti ritrovate sono state oggetto di un’opinabile restauro. Nella scena, se pur parziale, sono presenti le due coppie ducali: Guglielmo con la consorte Eleonora D’Austria e Vincenzo I con la duchessa Eleonora De Medici.

Nella stessa sala un’opera di Domenico Fetti, artista romano che dipinse la moltiplicazione dei pani e dei pesci per il refettorio del Convento di S. Ursula.

Nell’appartamento di Vincenzo I una infilata di stanze, la prima è quella di Giuditta, sulle pareti tele realizzate da Pietro Mango che raccontano episodi della storia di Giuditta e Oloferme, purtroppo poco leggibili causa danni, forse, umidità.

Segue la sala del Labirinto. Il soffitto in forma di dedalo riporta il motto, “forse che si forse che no” piuttosto misterioso, potrebbe derivare da un’antica canzone d’amore, cosa certa, incuriosì tanto Gabriele D’annunzio che ne fece il titolo di un suo romanzo.

La terza stanza presenta il soffitto ligneo con l’immagine del Crogiuolo, una delle sette imprese gonzaghesche, A destra si trova la cappella privata di Vincenzo I in contatto con la cappella sottostante equivocata come Appartamento dei Nani.

Il corridoio di S. Barbara è un collegamento tra gli appartamenti di Vincenzo I e di Guglielmo.

Un’uscita a destra permette di immettersi nel corridoio del Bertoni che collega il piano nobile del palazzo con le sale del piano terra e il castello di San Giorgio.

Attualmente:

• Scalone di Enea;

• Sala di Manto;

• Sala dei Marchesi;

• Sala dei Capitani;

• Loggia del Tasso;

• Appartamento di Troia

Sono chiusi per restauro dopo il terremoto del 2012.

GALLERIA DEGLI SPECCHI 

Ambiente elegante, luminoso, effetti Versailles, frutto di un paio di radicali restaurazioni, il duca Vincenzo I la fece realizzare a loggia aperta sul cortile d’Onore, il figlio Ferdinando la fece chiudere trasformandola in Galleria dove hanno lavorato allievi delle scuole di Guido Reni e del Viani.

Fra il 1773-1779 fu trasformato nella Galleria degli Specchi inserendo le specchiere veneziane.

Il soffitto presenta affreschi a soggetti mitologici: il Parnaso, il carro del Sole guidato da Apollo e il carro della Luna guidato da Diana.

La sala al tempo dei Gonzaga era una pinacoteca e vi erano esposti 43 capolavori della collezione Gonzaga.

Nella galleria sono presenti effetti a illusione ottica in particolare un’immagine femminile che impugna un cerchietto, occhio fisso al braccio! Spostandosi da una estremità all’altra l’immagine si muove, ci guarda. Effetto magico o effetto prospettico?

LA CAMERA DEGLI SPOSI

La cosiddetta Camera degli Sposi è un ambiente cubico di circa 8 metri per lato, collocato al primo piano della torre nordorientale del castello, con placida vista sui laghi del Mincio. Perfetta sintesi tra naturalismo pittorico, illusionismo prospettico ed esigenze autocelebrative della casata declinate all'antica, nello spirito di un classicismo ormai pienamente maturo, la Camera Picta (così la Camera degli Sposi viene chiamata fino al Seicento nelle fonti) impegna Andrea Mantegna per dieci anni fino al 1474, come indica l'iscrizione nel tabellone dipinto sopra una delle porte, che reca anche la dedica a Ludovico III e alla moglie Barbara di Brandeburgo. La finzione pittorica e prospettica ideata dal Mantegna riveste senza soluzione di continuità le ingrate partiture di pareti irregolarmente scandite dalle porte, dalle finestre, dal camino, e scarsamente illuminate, regalando per la prima volta nella storia della pittura italiana l'emozione di un illusionismo 'totale' e di una continua, accattivante, ricercata ambiguità tra il piano della realtà e quello della rappresentazione. Le pareti sono decorate a fresco, con finiture a secco e vaste applicazioni in oro, specie sulla volta, sulla base di una sottile preparazione gessosa.

La sala aveva originariamente una duplice funzione: quella di sala delle udienze (dove il marchese trattava affari pubblici) e quella di camera da letto di rappresentanza, dove Ludovico si riuniva coi familiari.

Dopo la morte di Ludovico, la stanza e il suo ciclo subirono una serie di traversie, che spesso ne degradarono, oltre che la conservazione fisica, anche il ruolo nella storia dell’arte. Pochi anni dopo la morte del marchese la camera risulta adibita a deposito di oggetti preziosi: forse per questa ragione a Vasari non fu permesso di visitarla, escludendola dal resoconto delle Vite. Durante l’occupazione imperiale del 1630 subì numerosi danni, per poi essere praticamente abbandonata alle intemperie fino al 1875 circa.

La volta è affrescata suggerendo una forma sferoidale e presenta centralmente un oculo, da cui si sporgono personaggi e animali stagliati sul cielo azzurro. Mantegna, nella Camera Picta, applica per la prima volta un effetto prospettico eccezionale a “sott’ in su” dove attorno ad un balcone si vedono sporgere vari personaggi: tre ragazze che sembrano suggerire la preparazione di uno scherzo, una cortigiana che ingioiellata cerca ammirazione che non raccoglie da noi che stiamo sotto, un personaggio dalla pelle scura con un turbante a foggia orientale, un gruppo di putti giocherelloni, un vaso con frutta e fiori e un pavone simbolo di bellezza visiva.

Nella nuvola vicino al vaso si trova nascosto un profilo umano, probabile autoritratto dell’artista abilmente mascherato.

L’oculo è racchiuso da una ghirlanda circolare, a sua volta racchiusa in un quadrato di finti costoloni, che sono dipinti con un motivo intrecciato che ricorda le palmette dei bassorilievi all’antica. Nei punti di incontro tra si trovano medaglioni dorati. Attorno al quadrato sono disposte otto losanghe con sfondo dorato, ciascuna contenente una ghirlanda circolare che racchiude un ritratto di uno dei primi otto imperatori romani, dipinto a grisaglia, sorretto da un putto e circondato da nastri svolazzanti. Tale rappresentazione suggella la concezione fortemente antiquaria dell’intero ambiente. I cesari sono ritratti in senso antiorario con il nome entro il medaglione (dove conservato) e le loro pose sono variate per evitare uno schematismo. Sono:

  1. Giulio Cesare;
  2. Ottaviano Augusto;
  3. Tiberio;
  4. Caligola;
  5. Claudio;
  6. Nerone;
  7. Galba;
  8. Otone.

A celebrare simbolicamente le virtù del marchese quale condottiero e uomo di stato, quali il coraggio (mito di Orfeo), l’intelligenza (mito di Arione di Metimna), la forza (mito delle dodici fatiche di Ercole). Sono:

  1. Orfeo incanta le forze della natura;
  2. Orfeo incanta Cerbero e una Furia;
  3. Morte di Orfeo (Orfeo straziato dalle Baccanti);
  4. Arione che incanta il delfino;
  5. Arione portato in salvo dal delfino;
  6. Periandro che condanna i cattivi marinai;
  7. Ercole scocca una freccia verso il centauro Nesso;
  8. Nesso e Deianira;
  9. Ercole che lotta con il leone Nemeo;
  10. Ercole che uccide l’Idra;
  11. Ercole e Anteo;
  12. Ercole che uccide Cerbero.

Due sono le scene principali, quella della Corte e quella dell’Incontro.

Nella scena cosiddetta “della Corte”, Ludovico è intento a commentare con il fratello Alessandro il contenuto di una lettera appena ricevuta, dalla quale apprende la notizia della grave malattia del duca di Milano Francesco Sforza, con il quale il Gonzaga intrattiene stretti rapporti politici e familiari. Accanto a lui la moglie, Barbara di Bradenburgo, i figli, alcuni cortigiani, forse personaggi legati alla famiglia marchionale, in parte sulla piattaforma, in parte salendo le scale attraverso un’anticamera, offrono uno straordinario catalogo di ritratti, in cui l'acuto realismo mantegnesco si mantiene ben lontano dai pericoli dell'idealizzazione e dell'adulazione.

La seconda scena, detta “dell’Incontro “, è analogamente divisa in tre settori. In quello di destra avviene l’” incontro” vero e proprio, in quello centrale alcuni putti reggono una targa dedicatoria e in quello di sinistra sfila la corte del marchese, che prosegue con due personaggi anche nel settore centrale. Nel pilastro tra l’incontro e i putti si trova nascosto tra le grisaille un autoritratto di Mantegna come mascherone.

Nell’Incontro sono rappresentati il marchese, stavolta in vesti ufficiali, accanto al figlio Francesco cardinale. Sotto di loro stanno i figli di Federico I Gonzaga, Francesco e Sigismondo, mentre il padre si trova all’estrema destra: le pieghe generose del suo abito sono uno stratagemma per nascondere la gobba. Federico è a colloquio con due personaggi, indicati da alcuni come Cristiano I di Danimarca e Federico III d’Asburgo (cognato di Ludovico II, poiché marito di Dorotea di Brandeburgo, sorella di Barbara), figure che ben rappresentano il vanto della famiglia per la parentela regale. Il ragazzo al centro infine è l’ultimo figlio maschio del marchese, il protonotario Ludovico, che tiene per mano il fratello cardinale e il nipote, futuro cardinale, rappresentando il ramo della famiglia destinato al cursus ecclesiastico.

Sullo sfondo è rappresentata una veduta ideale di Roma, in cui si riconoscono il Colosseo, la piramide di Cestio, il teatro di Marcello, il ponte Nomentano, ecc. Mantegna inventò anche alcuni monumenti di sana pianta, come una statua colossale di Ercole, una Roma idealizzata derivata probabilmente da un’elaborazione fantastica basata su modelli a stampa. La scelta della città eterna era simbolica: rimarcava il forte legame tra la dinastia e Roma, avvalorato dalla nomina cardinalizia, e poteva anche essere una citazione beneaugurante per il cardinale quale possibile futuro papa.

Nello sguancio della finestra si trova un finto paramento marmoreo, solcato da venature tra le quali è celata la data 16 giugno 1465, dipinta come un finto graffito e di solito interpretata come data di inizio dei lavori.

BASILICA PALATINA DI SANTA BARBARA

In una piazzetta all'interno degli edifici di corte, il duca Guglielmo (1550-1587) affida all'architetto Giovanni Battista Bertani la costruzione della chiesa di palazzo. Fra gli altri privilegi viene anche concesso che la basilica goda di una liturgia propria. La chiesa viene dotata di una cappella musicale di grande prestigio. Il vestibolo a tre arcate è inserito in una facciata di gusto manieristico; l'architettura interna, pregna di citazioni culturali, è tutta permeata dalla luce che scende dalle due lanterne a padiglione emergenti dalla copertura della navata. Sopraelevato è il presbiterio con abside contro cui poggia parte degli stalli del coro. Da una scala a chiocciola si accede sotto il presbiterio alla cripta, di impianto architettonico singolare, per l'aula a tre navate che si conclude nel santuario di forma ellittica. Tra i dipinti all’interno meritano essere segnalati la pala del presbiterio raffigurante il Martirio di Santa Barbara, di Domenico Brusasorci (1564), le ante dell'organo attribuite a Fermo Ghisoni, le due grandi tele di Lorenzo Costa il Giovane, il Battesimo di Cristo di Teodoro Ghisi la tela e la Lavanda dei Piedi di Ippolito Andreasi.

ARCHITTETURA

La struttura architettonica è decisamente singolare: un impianto centrale, con al centro un tiburio quadrato, è seguito da un profondo presbiterio sopraelevato coperto da un secondo tiburio simile al primo e seguito da una scenografica abside decorata con strani cassettoni intersecantisi. L'impianto longitudinale è quindi costituito dalla somma di due cellule a pianta centrale e dal successivo presbiterio semicircolare, che sovrasta una profonda cripta costituita da uno spazio rettangolare e da un sacrario ovale. Gli ordini architettonici dell'esterno e dell'interno sono singolarmente "sincopati", con un effetto quasi metafisico; le paraste sono infatti costituite da semplici fasce prive di base e capitello.

L’interno della Basilica è a navata unica e presenta delle cappelle laterali. Molto interessante, all’interno dell’edificio, è il Martirio di Santa Barbara, una grande pala d’altare realizzata da Domenico Brusasorci e collocata sul coro. Il presbiterio è sopraelevato rispetto al resto della struttura, ed è chiuso da una cancellata del XVII secolo. Una scala collocata al lato dell’altare conduce all’interno della cripta; l’ambiente si sviluppa in tre navate, con sacello a pianta ellittica. I due altari sono opera di Lorenzo Costa il giovane, su progetto del Bertani.

Il campanile in mattoni, sormontato da un singolare tempietto rotondo, è uno degli elementi più caratteristici del panorama urbano di Mantova. Il modello al quale si ispirò l'architetto di corte Giovan Battista Bertani era il tempietto circolare di San Pietro in Montorio del Bramante al quale sostituì il colonnato a trabeazione vitruviana con una loggia serliana nel solco della lezione di Sebastiano Serlio e Andrea Palladio.

ORGANO

Nella basilica si trova un pregevole organo Antegnati, costruito nel 1565 dall'organaro Graziadio Antegnati e ripristinato durante un accurato restauro nel 1995 - 2006 da Giorgio Carli di Pescantina. Lo strumento, a tastiera unica e pedaliera a leggio di 17 note costantemente unita alla tastiera, è chiuso in una cassa dorata riccamente intagliata collocata sopra la cantoria in corno Epistulae. Le canne sono chiuse da due portelle, attribuite a Fermo Ghisoni e raffiguranti sulla parte esterna santa Barbara e san Pietro, su quella interna l'Annunciazione.

Una chiesa “che suona”, non solo per la cappella musicale di cui viene ben presto fornita, ma per i diversi spazi da cui può provenire la musica. Una chiesa che è diversa da tutte le altre perché il progetto di Guglielmo sottende l’idea di onorare Dio e insieme di mostrarsi “vero signore” del suo tempo; ciò trova le sue risposte concrete nelle realizzazioni di quanti lavorano in S. Barbara, per la sua costruzione e per la sua vita religiosa e artistica.

Palazzo Ducale Mantova sotto portici

Sotto i portici di Palazzo Ducale, vicino all'ingresso

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